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Coperta di ritagli

di Antonio de Ruggiero

La mappa d’Italia, oggi tanto conosciuta per la sua caratteristica forma che ricorda uno stivale, non è sempre stata così. In realtà questa zona era composta da piccoli territori dominati da stranieri fino alla metà del XIX secolo. Quando il Regno d’Italia fu proclamato, nel 1861, la maggior parte di quelle regioni, per la prima volta, si univa politicamente. Questa data fu l’apice storico del Risorgimento, termine con il quale fu chiamato il processo di liberazione del suolo italiano dall’influenza straniera, legittimatasi con il Congresso di Vienna (1815), all’inizio della così detta Restaurazione Assolutista.
E tuttavia il desiderio di rinascere, espresso dalla stessa parola risorgimento, era abbastanza antico. Perfino dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), quando la penisola sopportò divisioni, esisteva nel suo territorio un’idea di Italia ancora molto fragile, fondata su un sistema di tradizioni culturali condivise, su un identico sistema giuridico e, soprattutto, su una comune fede religiosa. Sentimento che resistì ai localismi e alle autonomie municipali medievali, e fu consolidato alla fine del Medio Evo con la nascita di una letteratura propriamente “italiana” – con Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-1374) -, oltre alla diffusione di una lingua scritta comune.
Le prime riflessioni politiche sulla necessità di un’autonomia nazionale, si svilupparono nel secolo XVI, a incominciare dall’opera di grandi intellettuali come Nicolò Machiavelli (1469-1527) e Francesco Guicciardini (1483-1540), e trovarono nuovo impulso nel secolo XIX. Ciò avvenne poiché, gli ideali sorti con la Rivoluzione Francese (1789-1799), e durante la successiva invasione napoleonica, determinarono la politicizzazione del popolo e alimentarono il desiderio di diventare una nazione. Tuttavia gli accordi conclusisi tra le grandi potenze europee durante il Congresso di Vienna, sacrificarono la penisola italiana, favorendo gli interessi austriaci. L’Italia finì divisa in otto Stati, dei quali, solo il Regno di Sardegna, retto dalla dinastia dei Savoia, che ricomprendeva anche il Piemonte e la Liguria, si era mantenuto autonomo.
I primi moti rivoluzionari antiaustriaci scoppiarono nel Regno delle Due Sicilie, governato dalla dinastia spagnola dei Borboni, e in Piemonte nel 1820-21; quindi nel Ducato di Parma e di Modena e negli Stati Pontifici nel 1830-31. Tutte queste sollevazioni furono represse con facilità. In conseguenza dell’animo fazioso, i ribelli non ebbero la forza necessaria, né contavano sull’appoggio delle potenze europee. Dopo il fallimento di questi movimenti, nel 1831, entrò in scena il genovese Giuseppe Mazzini (1805-1872). Esiliato in Francia egli fondò la ‘Giovane Italia’, una associazione politica rivolta ai giovani, con la finalità di abbattere, grazie alla rivoluzione, il dominio straniero. Mazzini fu il principale teorico del movimento liberale democratico che operò per la riuscita del Risorgimento italiano. I democratici immaginavano l’Italia come una Repubblica unitaria, retta dal principio dell’uguaglianza e della sovranità popolare. In ragione di ciò credevano che era necessario un’insurrezione di popolo contro il potere istituito.
In contrasto con i principi dei liberali democratici, nacque l’idea dei liberali conosciuti come ‘moderati’, che optavano per un processo graduale di riforme, guidato e sostenuto dai rispettivi sovrani. Criticavano le insurrezioni – già fallite in diverse occasioni – e pensavano alla formazione di una monarchia costituzionale, modellata su quella inglese. Cercavano di formare una confederazione tra gli stati già esistenti e difendevano la creazione di un mercato comune nazionale che abolisse le barriere daziali, favorendo lo sviluppo economico dell’intera penisola italiana.
Le forze politiche moderate attraversarono, tra il 1846 e il 1848, una fase di riforme tenui, e tuttavia significative, che culminò con la concessione di carte costituzionali nel Regno di Sardegna, nel Gran Ducato di Toscana e perfino nel Regno delle Due Sicilie. Queste concessioni anticiparono le rivolte generali del 1848, che, diffusesi nell’Europa centrale, coinvolsero anche la Lombardia e il Veneto, regioni che erano allora, parte integrante, dell’Impero Austriaco. Nel marzo di quello stesso anno, il re di Sardegna, Carlo Alberto (1798-1849), spinto dal sentimento patriottico dei suoi sudditi, intervenne in Lombardia contro l’Austria. Iniziava così la prima Guerra di Indipendenza nazionale, che coinvolse altresì i sovrani del regno delle Due Sicilie, del Gran Ducato di Toscana e il papa Pio IX, i quali inviarono in aiuto al re scarse truppe e gruppi di volontari.
Le speranze di vittoria furono rapidamente tradite. Subito dopo la prima battaglia, il papa ritirò le sue truppe dalla guerra. Si giustificò sostenendo che non poteva combattere contro uno stato cattolico come l’impero austriaco. La stessa cosa successe con gli altri alleati. In conseguenza di ciò, l’esercito di Carlo Alberto, indebolito e battuto, si ritirò. E tuttavia l’effetto fu di aumentare l’influenza delle forze liberali e democratiche. A Roma il papa dovette fuggire a una sommossa popolare, e, nel febbraio del 1849, una Assemblea Nazionale Costituente proclamò la Repubblica Romana, che sembrò realizzare il sogno di Mazzini. Nonostante la strenua resistenza di 10 mila volontari guidati dal comandante Giuseppe Garibaldi (1807-1882), una forza mista di soldati austriaci, borbonici e francesi ristabilì il potere del papa nel luglio dello stesso anno.
Nella decade seguente, molte insurrezioni guidate dai democratici furono facilmente represse, infatti erano isolate dal contesto internazionale e prive dell’appoggio popolare, contraddicendo quanto predicava l’idealismo mazziniano. Con ciò molti abbandonarono la causa rivoluzionaria e ripiegarono su una soluzione monarchica, più realista.
L’unico stato in Italia con una Costituzione liberale era il Regno di Sardegna, comandato dal figlio di Carlo Alberto, il re Vittorio Emanuele II (1820-1878), e il suo abile primo ministro, il conte Camillo Benso di Cavour (1810-1861). Guidato da ideali liberali, lo statista rinforzò il sistema parlamentare e riuscì a modernizzare il piccolo regno in pochi anni. Con l’intervento vittorioso nella Guerra di Crimea (1853-1856) al lato di Inghilterra e Francia, e contro la Russia, Cavour ottenne l’opportunità di partecipare al successivo Congresso di Parigi (1856), informando le potenze vincitrici della drammatica situazione politica della penisola italiana. Ma il suo capolavoro politico si concretizzò nel 1859. Con l’appoggio dell’imperatore francese Napoleone III, tornò a opporsi all’Austria nella Seconda Guerra d’Indipendenza. Il conflitto determinò la conquista della Lombardia nonché l’annessione di due regioni dell’Italia centrale, la Toscana e l’Emilia. Cavour approfittò della promettente spedizione di Garibaldi nel sud d’Italia (1860). L’eroe dei due mondi – com’era conosciuto per aver combattuto nell’America del sud e in Europa – salpò dalla Liguria con mille uomini, ai quali si unirono alcuni altri volontari, e riuscì, in pochi mesi, a liberare e conquistare i territori dei Borboni, arrivando dalla Sicilia fino a Napoli. Prima che i garibaldini convergessero su Roma, come i democratici chiedevano, il governo di Cavour decise di inviare le proprie truppe con l’intento di bloccare il movimento, evitando così la reazione francese in difesa del papato. Garibaldi accettò che l’unificazione del paese si compisse nel nome della monarchia dei Savoia e permise che un plebiscito popolare legittimasse l’annessione delle terre occupate al Regno di Sardegna. Per Garibaldi, la conquista di Roma era essenziale, ma in quel momento comprese che sarebbe stato impossibile continuare la spedizione e lasciò il potere nelle mani del Re di Sardegna.
Nasceva così nel 1861 il Regno d’Italia, che ebbe come primo sovrano proprio Vittorio Emanuele II. Tuttavia la nazione aveva ancora bisogno di consolidare la propria legittimità in unione con il popolo, spesso escluso e forse perfino ostile al neonato progetto politico. Specialmente al sud, il cammino di adesione all’unità fu molto complesso. Grazie al Risorgimento, si creò la premessa per una nazione fatta di cittadini invece che di sudditi e che, negli anni successivi, sarà riconosciuta in Europa come una influente potenza economica e politica. Mancavano ancora il Veneto e il Lazio, regioni che si trovavano rispettivamente sotto il dominio austriaco e pontificio. Nel 1866, durante la terza guerra d’Indipendenza, l’Italia combatté a lato della Prussia contro l’Austria. La vittoria comportò l’annessione del Veneto alla mappa. Subito dopo, nel 1870, le truppe italiane, approfittando della debolezza della Francia, che si dissanguava in una difficile guerra contro la Prussia, entrarono a Roma senza incontrare resistenza.
Soltanto dopo la vittoria italiana contro l’Austria, nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918), territori come il Trentino e le regioni di Udine e Trieste entrarono a far parte dello Stato unitario. In quanto appartenenti all’Impero Asburgico, coloro che emigrassero da quelle regioni fino al 1918 erano registrati come cittadini austriaci, quand’anche parlassero l’italiano o i dialetti locali. Alla fine della Prima Guerra, l’Italia, come oggi la conosciamo, era infine fatta.

Posted on mercoledì, gennaio 18, 2012 at 09:20PM by Registered Commenterfr in | CommentsPost a Comment

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