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Tradurre per sopravvivere

di Gabriel Perissé

Molti scrittori hanno avuto bisogno e (ne hanno ancora) di ricorrere alle traduzioni per sopravvivere (o per lo meno per rimpinguare il proprio conto in banca). In casi estremi, è un modo per guadagnare il pane senza perdere il contatto con la parola creativa o allontanarsi dal mondo dei libri.
Il 25 novembre del 1975, il golpe che pose fine alla Rivoluzione dei Garofani provocò le dimissioni di José Saramago, allora direttore aggiunto del Diario de Noticias. Senza impiego, senza l’appoggio del PCP, il Partito Comunista Portoghese, cambiò i suoi piani, completamente:
“Decisi, a 53 anni, che era l’ora “dell’adesso o mai più”. Non fu facile. Per alcuni anni vissi di traduzioni. Non stavo già più nel giro, nessuno pensò più a me e mi andò bene. Mi chiusi in casa a tradurre per guadagnare il pane e per scrivere cose mie”, confessa il poeta.
Dopo il golpe del 64, dopo essere stato espulso dal ministero delle relazioni estere (Itamaraty) e attraversando problemi finanziari, Antonio Houaiss ricevette dall’editore Enio da Silveira l’incombenza salvifica di tradurre l’Ulisse, di James Joyce. Si aggiunga, nella circostanza specifica, alla necessità dell’individuo la difficoltà di un compito che pochi intellettuali erano in grado di adempiere.

Il primatista
Tra i nostri poeti, Mario Quintana forse è stato quello che più è ricorso alla traduzioni come attività professionale parallela. Nel 1932, a 26 anni di età, dopo aver perso l’impiego nel giornale O Estado do Rio Grande, a Porto Allegre, per l’intervento del generale Flores da Cunha – inizialmente seguace di Getulio Vargas – andò a caccia di alternative e riuscì a pubblicare il suo primo lavoro per l’editore Globo, nel 1934: un libro di racconti, Palavras e sangue, di Giovanni Papini, negli anni in cui lo scrittore italiano era conosciuto e apprezzato.
Seguirono, fino al 1955, più di trenta opere tradotte, opere di autori quali Proust, Balzac, Voltaire, Graham Greene e Charles Morgan (sempre per l’editore Globo). Tuttavia, secondo quanto dice la ricercatrice Beatriz Viegas-Faria in un articolo apparso nei Cadernos Ponto e Virgula (1977), questo numero sicuramente è molto sotto alla quantità dei testi realmente tradotti nel nostro idioma dal poeta gaucho. Di fatto, Quintana tradusse molti racconti polizieschi e storie romantiche nell’arco di due decenni, senza che il suo nome apparisse nelle pubblicazioni, una prassi comune nella vita editoriale di quell’epoca.

Telegramma
Aprendo una breve digressione a proposito delle relazioni intercorrenti tra produzione letteraria ‘pura’ e traduzioni… sarebbe una ricerca interessante setacciare nella produzione poetica di Quintana riflessi del suo lavoro di traduttore, e, in senso opposto, scoprire nei libri che andava traducendo, quand’anche fossero in prosa, qualcosa del suo stile poetico. Come contributo a questa ricerca, c’è un suo poema, “Telegramma a Lin Yutang” che recita:

“Ho appena visto un negretto che mangiava un uovo cotto. Be’, Lin Yutang?”

Tento una possibile spiegazione per i due versi enigmatici. Quintana tradusse L’importanza di vivere, del pensatore e filologo Lin Yutang (1896-1976), che la scrisse in inglese con una originalità e vivacità che gli valsero fama internazionale. Il libro è del 1937; la traduzione brasiliana, del 1941. Il poemetto riportato poco sopra è tratto da Sapato florido (1948) e allude, credo, a un passaggio dell’opera dello scrittore cinese che, di fatto, scrisse in quel libro, parlando sulla ricerca della felicità umana:

Qualcuno disse: “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”

Quintana provoca (e in una certa maniera appoggia) Lin Yutang, riferendosi al negretto brasiliano, senza ricorrere a una vera e propria filosofia orientale, assorto nella felicità del momento presente e privato di qualsiasi preoccupazione metafisica per la gallina di domani…
Il poeta ebbe come ‘capo’ dell’editrice Globo, almeno fino al 1950, un altro gaucho che trovò nelle traduzioni un mezzo per incrementare il suo salario: Erico Verissimo. Fu Verissimo che regalò alla nostra lingua (il portoghese, N.d.r), opere di autori prestigiosi come Katherine Mansfield, John Steinbeck, Aldous Huxley e James Hilton (di Goodbye, Mr. Chips), o Adeus Mr. Chips.
Per non confondere il suo nome di scrittore con quello di traduttore, o dare l’impressione che vi fosse più gente che lavorava nel gruppo, a volte adottò lo pseudonimo ‘Gilberto Miranda’, come nel caso di due libri di Edgar Wallace: A esmeralda quadrada e O homem que nao era ninguém, entrambi pubblicati negli anni 30. Fu sempre questo dedito Gilberto Miranda che tradusse O dramma da Europa, del giornalista John Gunther, una serie di ritratti dei politici europei dell’epoca: Hitler, Churchill, Stalin, Mussolini… Il libro venne lanciato nel 1936 e la traduzione è del 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale.

Bisestile
Carlos Drummond de Andrade è un altro esempio. Anche se il segretario del ministro Capanema, diversamente da Quintana e Verissimo, può essere considerato un traduttore bisestile. Tra il 1943 e 1963, tradusse nove opere, tra le quali spiccano Os camponeses di Balzac (uno dei volumi de La commedia umana), Dona Rosita, a solteira ou a linguagem das flores di Garcia Lorca, O passaro Azul di Maurice Maeterlinck, e Ligações perigosas di Pierre Choderlos de Laclos, capolavoro della letteratura francese del XVIII secolo.
Drummond tradusse con grande libertà, ossia in funzione delle esigenze che il poema da tradurre presentava. Quando era necessario mantenere la metrica e la rima, le manteneva, come nel caso delle traduzioni delle poesie di Apollinaire e Claudel, per esempio. Resta comunque evidente che questi trattava le varie regole con una libertà e una capacità di adattare e manipolare propria di un maestro dell’argomento – spiega Julio Castagnon, uno degli organizzatori dell’opera Drummond, Traduções, recentemente pubblicato dalla Cosac Naify che presenta una raccolta della traduzioni del poeta.

Il goccio
Più che un espediente per sopravvivere, Monteiro Lobato traduceva per alimentare i suoi progetti editoriali. Tradusse Caninos Brancos di Jack London, Minha vida e minha obra di Henry Ford, O homem invisivel di H. G. Wells, e inoltre autori quali Lewis Carroll, Mark Twain e Rudyard Kipling. Fu un intellettuale, come pure un impresario; aveva fretta e per ciò, non era raro, che adottasse la licenza poetica (o di traduzione) che gli consentiva di uscire un po’ dallo stile dell’opera che doveva tradurre. In una certa forma soddisfaceva al suo impulso creativo, sacrificando la stretta fedeltà all’originale in nome della missione di editare e divulgare la letteratura straniera in terra brasiliana, carente di lettori e opere. Durante gli anni 40, dopo essere stato arrestato e umiliato da Getulio Vargas, disilluso dalla direzione presa del paese, la traduzione divenne, per Lobato, finalmente ‘un goccio’: “Traduco come beve l’ubriaco: per dimenticare, per stordirmi. Mentre traduco non penso al sabotaggio del petrolio”

Piacere complesso
Oltre al suo lavoro come giornalista e cronista (riviste Manchete, Jornal do Brasil), e di ghost-writer dell’attrice Ilka Soares nel Diario da noite, Clarisse Lispector, la cui opera era ancora lungi dal godere della giusta popolarità prima della sua morte, ebbe bisogno, negli anni 70, di tradurre per sopravvivere. E quando si tratta di sopravvivere, il traduttore ha poca scelta. Del suo curriculum fanno parte, Pascal Lainé, Edgar Allan Poe e Bella Chagall, mas altresì A carga e Cai o pano, di Agatha Christie, e (solo la lotta per la sopravvivenza può spiegarlo) A receita natural para ser bonita di Mary Ann Crenshaw.
La traduzione può non essere più oggi quella zona di sopravvivenza che già fu per molti scrittori, diventando lavoro con uno statuto proprio, fatta da professionisti ogni volta più specializzati. La traduzione, per ora, attrae chi sa quanto vivere di letteratura sia raro e bisogna sopravvivere di attività collegate. La traduzione può essere il piacere più complesso tra queste.

Posted on lunedì, gennaio 30, 2012 at 01:47PM by Registered Commenterfr in | CommentsPost a Comment

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