Tacchino di natale
Mario de Andrade è considerato tra i maggiori scrittori brasiliani. Nato a San Paolo nel 1893, attraversa la temperie culturale del modernismo europeo e poi mondiale. E’ uno dei protagonisti della Settimana di Arte Moderna che si tenne a San Paolo nel 1922 e che, a tutti gli effetti, lancerà il Brasile nella modernità, e dalla quale nascerà una nuova consapevolezza sull’importanza delle proprie radici culturali pur dentro una poetica di avanguardia. Tra le opere più significative dello scrittore indicherei Macunaima, testo nel quale si realizza una forma ancora embrionale di realismo magico e l’uso, in termini espressivi, di cadenze dialettali proprie delle regioni più arretrate del Brasile; e la silloge di poesie Paulicéia Desvairada, che risente dell’influsso del modernismo europeo, evidente nell’impiego di una metrica assolutamente libera e rivoluzionaria.
di Mario de Andrade
Il nostro primo Natale in famiglia, dopo la morte di mio padre, cinque mesi prima, ebbe conseguenze decisive per la felicità famigliare. Noi siamo sempre stati felici come famiglia, in un senso molto astratto di felicità: gente onesta, senza reati, senza lotte intestine né gravi difficoltà economiche. Ma, soprattutto a causa del grigiore caratteriale di mio padre, uomo sprovvisto di qualsivoglia lirismo e di una esemplarità ingenua, comodamente a suo agio in ciò che è mediocre, ci mancò sempre il coraggio di approfittare della vita, quel gusto per le gioie materiali, un buon vino, un soggiorno alle terme, l’acquisto di un frigorifero, cose così. Mio padre è sempre stato, in maniera quasi perversa, un guastafeste.
Mio padre morì, lo compiangemmo, etc. Quando fummo vicini al Natale, io già non sopportavo più la memoria troppo prossima e inibitoria del morto, il quale sembrava aver reso obbligatorio, per sempre, un ricordo doloroso, in ogni gesto piccolo della famiglia. Una volta che io suggerii a mia madre l’idea di andare a vedere un film al cinema, il risultato furono lacrime. Mai si dovrebbe andare al cinema in un lutto pesante! Il dolore era già coltivato dalle apparenze, e io, che volevo bene a mio padre in maniera tiepida, più per istinto di figlio che per amore spontaneo, mi vedevo prossimo a disprezzare la pace del morto.
Fu sicuramente per questo che nacque in me, questa sì, spontaneamente, l’idea di fare una delle mie così dette ‘pazzie’. Questa divenne, inoltre, e molto presto, la mia splendida vittoria sull’ambiente famigliare. Da molto presto, dal tempo del liceo, in cui regolarmente ottenevo una bocciatura tutti gli anni; dal bacio dato di nascosto a una mia cugina, a dieci anni, scoperto dalla Vecchia, una zia detestabile; ma soprattutto dalle lezioni che diedi o ricevetti, non so più, dalla domestica di qualche parente: io ottenni al riformatorio e presso la vasta parentela, la conciliante fama di ‘matto’. “E’ matto, poveretto!”, dicevano. I miei genitori ne parlavano con una tristezza comprensiva, gli altri parenti cercando un esempio per i figli e probabilmente con il piacere di chi è convinto di godere di una qualche superiorità. Non c’erano matti tra i loro figli. D’altronde questa fama mi salvò. Feci tutto ciò che la vita mi mostrò e che la mia natura esigeva per realizzarsi con integrità. E mi lasciarono fare ogni cosa perché io ero matto, poveretto. Ne risultò una vita senza complessi, della quale non posso proprio lamentarmi.
Era un rito abituale della nostra famiglia, la cena di Natale. Una cena disprezzabile, già sappiamo: cena tipica di mio padre, castagne, fichi, uva passa, dopo la Messa di Natale. Sazi di mandorle e noci (quante discussioni coi miei fratelli a causa dello schiaccianoci), satolli di castagne e noia, ci si abbracciava e si andava a letto. Fu ricordandomi di ciò che me ne uscii con una delle mie ‘pazzie’:
“Io questo natale voglio mangiare del tacchino”
Non si può immaginare lo spavento che questa mia sortita provocò. Subito mia zia, zitellona e santa, la quale abitava con noi ci ricordò che non potevamo invitare nessuno a causa del lutto.
“Ma chi ha parlato di invitare qualcuno! Che mania… Mai che abbiamo mangiato tacchino nella nostra vita! Un tacchino qui da noi, in casa nostra, è un piatto di festa, viene tutto il dannato parentado…
“Non dire così…”
“L’ho già detto. Ecco!”
E con ciò dichiarai la mia gelida indifferenza per il vasto parentado, che tacciai di approfittatore, ma di cui, infine, non mi importava. Era davvero il momento giusto per approfittare della mia teoria del povero pazzo e non persi l’occasione. Immediatamente rivolsi a mia madre una tenerezza immensa, e a mia zia, le mie due mamme, tre con mia sorella, le tre mamme che resero la mia vita un incanto. Da sempre era così: per il compleanno di qualcuno si preparava del tacchino in quella casa. Il tacchino era un piatto festivo, una massa di parenti già esperti per tradizione, invadevano la casa per approfittare del tacchino, delle empadinhas, dei dolci. Le mie tre mamme, già da tre giorni non facevano che lavorare, lavorare alla preparazione dei dolci e del prosciutto tagliato finissimo, la parentaglia divorava ogni cosa e ancora peggio facevano dei pacchetti per coloro che non erano potuti venire. Loro, le mie tre mamme erano morte di fatica. E solo nei giorni seguenti, mia madre e mia zia riuscivano a assaggiare un pezzettino della coscia del tacchino, le cui ossa stavano interrando: un pezzetto scuro, sepolto nel biancore del riso. E la mamma era davvero così, lei che serviva e che separava tutto per il vecchio e per i figli. In realtà in casa nostra nessuno sapeva che cos’era un tacchino, il tacchino, l’avanzo della festa.
No, non si invitava nessuno, era un tacchino per noi, cinque persone. E doveva essere con due farofas (piatto tipico brasiliano fatto con farina di manioca, N.d.r.), la grassa con i figli, e la secca ben dorata, con burro a sufficienza. Volevo il petto ripieno solo di grassa farofa, nel quale dovevamo aggiungere prugne nere, noci e un bicchiere di vino bianco, come avevo imparato a casa di Rose, che era molto mia amica. È evidente che non dichiarai dove avevo preso la ricetta, ma tutti diffidarono. E subito rimasero tra i fumi dell’incenso, se non fosse una tentazione del demonio approfittare di una ricetta tanto buona. E birra gelata, garantivo quasi urlando. È sicuro che con i miei ‘gusti’, affinati già abbastanza fuori casa, pensai per prima cosa in un buon vino, naturalmente francese. Tuttavia la tenerezza che provavo per mia mamma ebbe ragione del matto, mamma adorava la birra.
Quando esaurii i miei progetti, osservai che tutti erano felicissimi, desiderosi di realizzare quella pazzia per la quale io mi ero esaltato. Naturalmente sapevano bene che era una autentica follia, ma gli era comodo credere che ero solo io che lo desideravo e potevano riversare così, su di me… la colpa dei loro enormi desideri. Sorridevano, guardandosi di sfuggita, timidi come piccioni senza artigli, finché mia sorella espresse l’opinione comune:
“E’ matto sul serio!…”
Si comprò il tacchino, si preparò il tacchino, etc. E dopo una messa di Natale recitata molto male, iniziò il nostro Natale più spettacolare. Fu divertente: nel momento in cui mi ricordai del fatto che alla fine ero riuscito a fare mangiare del tacchino a mia madre, non feci altra cosa in quel giorno che pensare a lei, provare tenerezza per lei, amare quella vecchietta adorata. Perfino i miei fratelli, erano trascinati dal ritmo violento dell’amore, pervasi dalla nuova felicità che il tacchino stava infondendo nella famiglia. Tantoché, dissimulando un poco la cosa, permisi molto tranquillamente che mamma tagliasse il petto del tacchino. Un istante dopo, tuttavia, mamma si fermò, avendo affettato un lato del petto del tacchino, soccombendo a quelle leggi dell’economicità che sempre la perturbavano nella sua povertà irragionevole.
“No mamma, tagliane ancora! Basto io a mangiarlo tutto!”
Era una bugia. L’amore famigliare bruciava così tanto nel mio petto, che ero perfino disposto a mangiare poco, solo per permettere agli altri quattro di mangiare fino a sazietà. E la vibrazione degli altri era la stessa. Quel tacchino mangiato da soli, rivelò in ognuno di noi ciò che la quotidianità aveva completamente soffocato, l’amore, la passione di una madre, la passione dei figli. Dio mi perdoni ma sto pensando a Gesù… In quella modesta casa di borghesi, si stava realizzando un miracolo degno del Natale di un Dio. Il petto del tacchino si trasformò, per intero, in ampie fette.
“Servo io!”
“E’ strano davvero!” infatti perché dovevo servire io se era sempre stata mamma a servire in quella casa! Tra risate, i grandi piatti pieni passarono dalle mie mani e incominciai una eroica spartizione, mentre dicevo a mio cognato di distribuire la birra. Mi accorsi subito di un pezzo meraviglioso di ‘pelle’, pieno di grasso e lo misi nel piatto. E dopo immense fette bianche. La voce severa di mamma ruppe quell’intervallo di tempo e di attesa inquieta nel quale ognuno aspirava al suo pezzo di tacchino:
“Ricordati dei tuoi parenti, Juca!”
Avrebbe dovuto immaginare, poveretta! che quello era il suo piatto, di Madre, della mia amica maltrattata, che conosceva Rose, che conosceva il mio crimine, alla quale io ricordavo soltanto di rivelarmi ciò che la faceva soffrire! Il piatto era riuscito benissimo; un piatto sublime.
“Mamma, questo è il tuo piatto! Non passarlo!”
Fu allora che non si contenne più, dalla tanta commozione, e iniziò a piangere. Nemmeno mia zia che, non appena capì, che il nuovo piatto sublime sarebbe stato suo, iniziò il ritornello del pianto. E mia sorella, che mai vide lacrime senza aprire lei stessa i rubinetti, pure lei si mise a piangere. Io, allora, iniziai a spararle grosse, a dire insolenze, per non mettermi a piangere anch’io, avevo diciannove anni… Diavolo di una famiglia che non appena vede del tacchino piange! cose così. Tutti provarono a sorridere, ma fu allora che l’allegria divenne impossibile. Successe che il pianto evocò, per associazione, l’immagine del mio defunto padre. Mio padre, con la sua figura grigia, venne a rovinare per sempre il nostro Natale. Mi prese una tal rabbia.
Bene, si incominciò a mangiare in silenzio, mesti, e il tacchino era perfetto. La carne morbida, molto tenera di fibra, galleggiava soavemente tra i sapori delle farine di manioca e del prosciutto, a tratti ferita, turbata e nuovamente desiderata, dall’influenza più violenta della prugna nera e dall’opposizione lamentosa dei pezzetti di noce. Sennonché papà, seduto lì, una censura, una piaga, una inettitudine. E il tacchino che era così gustoso, e mamma che sapeva che il tacchino è un cibo davvero degno di un piccolo Gesù.
Iniziò una lotta sleale tra il tacchino e il volto di papà. Elogiare il tacchino, pensai, sarebbe equivalso a renderlo più forte nella lotta, e, è chiaro, io tifavo con decisione per il tacchino. Ma i trapassati posseggono mezzi viscidi, molto menzogneri per vincere: non avevo nemmeno iniziato a magnificare il tacchino che l’immagine di papà sorse vittoriosa, insopportabilmente oppressiva.
“Manca solo tuo padre…”
Io non stavo mangiando, non potevo più gustare quel tacchino eccellente, da tanto mi coinvolgeva quella lotta tra i due morti. Giunsi a odiare mio padre. Non so nemmeno quale intuizione geniale, improvvisamente mi trasformò in bugiardo e astuto. In quell’istante che oggi reputo decisivo per la nostra famiglia, presi apparentemente il partito di mio padre. Finsi, tristemente:
“Davvero… Tuttavia papà, che desiderava tanto il bene delle persone, che morì dal troppo lavoro, per garantire il nostro bene, papà là in cielo deve essere contento… (esitai, ma decisi di non parlare più del tacchino) contento di vederci tutti riuniti in famiglia.
Quindi iniziarono tutti, con flemma, a parlare di papà. La sua immagine iniziò a diminuire, e diminuì fino a diventare una stellina brillante nel cielo. Adesso tutti mangiavano il tacchino con godimento, perché papà fu molto buono in vita, sempre si sacrificò per noi, fu tanto santo che ‘voi, figli miei, mai potrete saldare il vostro debito con lui’, un santo. Papà divenne santo, una piacevole contemplazione, una stellina, ferma, nel cielo. Non danneggiava più nessuno, puro oggetto di soave contemplazione. L’unico morto lì era il tacchino, e dominava, completamente vittorioso.
Mia madre, mia zia, noi, tutti strafogati di gioia. Stavo per scrivere ‘felicità gustativa’, ma non era solo questo. Era una felicità maiuscola, un amore comune, l’oblio degli altri parenti i quali depistano il grande amore famigliare. E fu, perché so che fu quel primo tacchino mangiato in seno alla famiglia, l’inizio di un nuovo amore, riadattato, più completo, più ricco e creativo, più benevolo e premuroso. Nacque così una felicità famigliare tutta nostra che, non sono esclusivista, qualcuno pure conoscerà tanto grande così, ciononostante più intensa della nostra non riesco a concepirla.
Mia madre mangiò così tanto tacchino che per un attimo pensai che le avrebbe fatto male. Ma subito mi corressi: ah, gliene faccia pure! Pure se morisse, ma che almeno, per una volta nella vita, mangi del vero tacchino!
Il nostro infinito amore mi trasportò a una grande privazione di egoismo… Dopo portarono dell’uva leggera e alcuni dolci, che nella mia terra sono chiamati ‘bem-casados’. Ma neppure questo nome insidioso si associò al ricordo di mio padre, che il tacchino aveva già reso dignitoso, una cosa giusta, un puro culto di contemplazione.
Ci alzammo. Erano quasi le due, tutti contenti, rammolliti dalle due bottiglie di birra. Andavamo tutti a sdraiarci, per dormire o girarci nel letto, poco importa perché un’insonnia felice non fa male. La cosa brutta è che Rose, cattolica prima di essere Rose, mi aveva promesso di aspettarmi con dello champagne. Per poter uscire mentii, dissi che stavo andando alla festa di un amico, baciai mamma e le feci l’occhiolino per suggerirle dove andavo e farla soffrire un po’. Le altre due donne le baciai senza occhiolino. E adesso, Rose!…
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