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Farrapos

Eccomi a voi nella mia nudità. Sono cresciuto in una baracca assieme a nove fratelli. Ho avuto come tutti voi una madre e un nome – mio padre no, non l’ho mai conosciuto, forse un’ombra sul muro, il segno di bruciato sull’intonaco, questo è stato mio padre per me. Però ho ereditato da lui una fortuna: quella di non essere nessuno, un uomo che scompare anche se esiste, se respira, se va di corpo, se ha i vermi nelle feci, la pancia gonfia e una febbre da cavallo. Un nessuno per il governo e per i miei simili, quelle persone che passano senza vedermi mentre io dormo in un sacco, coperto dalla plastica, senza scarpe, senza dignità perché anche questa costa cara e non me la posso permettere. Per qualche tempo ho lavorato come venditore di mercanzie nelle stazioni e sugli autobus affollati. Poi mi sono ammalato. Ho iniziato a bere. Non ho più avuto i soldi sufficienti per pagarmi una casa. Nella mia vecchia baracca non ci sono più tornato. Non so perché: semplicemente non ho guardato più indietro o mi sono dimenticato, la vita quaggiù va cancellando segni e impronte. Come mio padre. Non sono più tornato. Quanti anni avrò, oggi? Potrebbe benissimo essere il mio compleanno ma non ho nessuno a ricordarmelo. Non ricevo regali, delle volte qualcuno mi getta addosso una monetina. Per lavarsi la coscienza. Ma girato l’angolo tornerà a dimenticarsi di avermi visto. E quando morirò, potrebbe essere domani, o tra due anni, il mio corpo smetterà di infastidire questa strada, sarà preso da alcuni uomini con la bocca coperta da mascherine bianche, e gettato tra i rifiuti, forse sarà bruciato. La morte di un piccione non potrebbe provocare più scompiglio. Le cose, quando io non ci sarò più, continueranno a essere le stesse di oggi. Belle macchine con l’aria condizionata. Donne ben vestite e ben truccate che camminano sul marciapiede affollato. Case lussuose che nemmeno so immaginare. Vestiti e cibo; caffè caldi e dolci da mangiare con gli occhi. Anche le mie cose saranno spazzate vie: i miei cartoni, il pezzo di vetro rotto con cui curo la mia vanità, il coltellino, le scarpe che non ho mai avuto. Nella mia morte non ci sarà senso alcuno, né progresso. Muoio come ho vissuto. Ai margini delle cose, come un insetto. La mia libertà ha coinciso perfettamente con la mia miseria: è libero un uomo che non esiste? Sono stato libero di scegliere se dormire per terra o su una panchina di ferro. Libero di prendere freddo e di andare scalzo. Libero di non potermi nutrire che di avanzi marciti e pestilenziali. Libero di non toccare donna. Libero in una grande e ricca città in cui ogni luogo mi è stato precluso ad eccezione degli angoli e dei vicoli più zozzi. Ho dormito in una suite: sotto il monumento di un eroe della patria, nella piazza larga e quadrata, sui gradini di marmo, prima che la chiudessero perché la mia presenza era sconveniente. Ma allora in qualche maniera esisto se dei bellimbusti si sono accorti di me. Esisto per essere respinto e marginalizzato. Non ho studiato, è vero, né conosco la storia del paese in cui sono nato, dei suoi uomini celeberrimi, nemmeno conosco mio padre perché dovrei conoscere i grandi uomini? Forse non so nemmeno scrivere. Credo di essermi dimenticato come si fa. Tutto quanto fa l’orgoglio di un uomo in me muore. L’assenza di una memoria, individuale e storica, coincide con la mancanza di un futuro. Il mio quotidiano è un pezzo di cartone e del cibo freddo. Posso dire che la mia più grande giornata, quella che non dimenticherò, è fatta da un piatto caldo e abbondante. Prima di morire, l’altra notte, ho mangiato una feijoada calda.

Posted on mercoledì, gennaio 11, 2012 at 11:04PM by Registered Commenterfr in | Comments1 Comment

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Reader Comments (1)

vuol dire che cercherò in portogallo, ho una vaga idea da dove cominciare, a presto ruschino bello di papà !

febbraio 10, 2012 | Unregistered Commenterragnetto fastidioso

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