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Contro lo studio di massa

Quanto è giusta una società nella quale tutti possono studiare ma che per soprammercato rende futile il sudato titolo in quanto non lo retribuisce in termini di lavoro, di profitto o di benessere. E viceversa, è ingiusta una società che permetta solo a una parte dei suoi cittadini di studiare salvo poi ricompensare i fortunati, gli eletti, con profitto, benessere, lavoro? La prima fattispecie è ben rappresentata dalla civilizzata Europa degli ultimi anni. Tutti avevano la possibilità di studiare e di laurearsi, sennonché, piccolo particolare, la loro fatica raramente trovava ricompensa nel mercato del lavoro. Ancora più rara la circostanza in cui il titolo di studio corrispondesse, effettivamente, in termini professionali, a ciò in cui ci si era formati, oltreché, idealmente, ai nostri interessi e alle nostre passioni. Lo studio massificato ha reso vani i nostri sforzi e le nostre competenze che, elevate al quadrato, hanno saturato il mercato. Non c’era più bisogno di noi. Ben diversa la situazione del paese in cui mi trovo a abitare, del mio nuovo paese: qui in effetti lo studio universitario è ancora un fenomeno ristretto, di nicchia; e anche se ingiustamente favorisce la classe sociale piuttosto che il merito, trovo che questa condizione sia migliore dell’altra, quella di uno studio massificato e in ragione della sua massificazione inservibile. Potrò rischiare di essere accusato di elitismo ma ritengo che lo studio massificato non ha fatto che impoverire la qualità dello studio medesimo. Rare le eccezioni, in un contesto tanto massificato che le università devono contendersi gli iscritti ammorbidendo la selezione e facilitando il percorso di studi. Lo studio universitario oggi ha perso la sua vocazione selettiva e propositiva. Ha perso la bussola. Non sa più chi sta realmente formando e per cosa. Molto è cambiato rispetto al tipo di società operante qualche generazione fa. Il massimo grado dell’educazione era un punto di arrivo esaltante, chi usciva dall’università non aveva che da scegliere in quale luogo diventare l’uomo che aveva sempre voluto essere. Perfino gli umanisti e i filosofi avrebbero fatto carriera, seppur, magari, trasversalmente al loro percorso. Oggi tutto è finito. Non c’è posto per il medico come non c’è posto per l’avvocato. Non c’è posto per il matematico né per lo storico. Bisogna inventarsi qualcosa, arrabattarsi in qualche modo. Ma non sempre si riesce a stare a galla – e le frustrazioni di una vita nella quale l’investimento non ha dato frutto possono essere devastanti. Così molti migrano, lasciano il paese in cui sono cresciuti, amici e affetti famigliari. I più fortunati trovano a accoglierli un paese che ancora crede nell’istruzione universitaria e nel quale le possibilità di costruire un percorso professionale dignitoso e attinente alla propria area di studio non mancano. Per concludere, se alla massificazione dello studio non si sovrapporrà un processo selettivo più rigoroso e sensato, la formazione universitaria verrà inevitabilmente travolta da fenomeni di svalutazione, i quali si tradurranno inevitabilmente in cattive esistenze, generazioni perdute, vite incomplete.

Posted on mercoledì, gennaio 18, 2012 at 03:09PM by Registered Commenterfr in | Comments2 Comments

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Reader Comments (2)

Fermo restando che le torri vanno dritto.

febbraio 4, 2012 | Unregistered CommenterOlengu

Leo: nel nome misterioso é celato quello vero, le altre lettere avanzano.

febbraio 16, 2012 | Registered Commenterfr

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