Concerto per mazzuoli
Concerto a sei mani per scalpellini, anzi concerto a sei mazzuoli. Gli operai avevano iniziato i lavori, a dir il vero misteriosi ai miei occhi profani abituati a leggere libri onde traevo alimento bastante per questo mio corpo piccolo e scarno, qualche settimana prima che io arrivassi nella nuova abitazione. Incominciavano a martellare molto presto la mattina – intorno alle sette e quaranta, sette e quarantadue – e finivano tardi la sera, tantoché molto spesso cenavo con ancora il suono dei loro scalpelli che seguivano pigramente la mia masticazione – in questo periodo, come si vedrà, mangiavo molte verdure che vanno masticate molte volte, come diceva mio nonno, che era un salutista incallito, almeno trentatre prima di ingoiare! Bene, a dire il vero questi operai che avevano iniziato a lavorare in due – un mastro pedreiro come qui si chiama e il suo giovane aiutante – si erano in poco tempo, e quasi magicamente triplicati. Il suono degli scalpelli sulla pietra era diventata una sinfonia schonberghiana e si badi che io amo il caro vecchio classicismo: i suono forti e stridenti mi disturbano. Oltretutto la loro prossimità stava diventando un problema. Ero doverosamente preso con alcuni lavori di traduzione ma la mia concentrazione era funestata dai loro scalpelli, dai loro trapani, dalle loro voci. Oltretutto mi sentivo giudicato e osservato con la curiosità che si riserva a un insetto strano, o a un animaletto schivo mosso dalle sue abitudini insensate. Ero straniero e parlavo male la lingua degli abitanti del posto. Il colore della mia pelle era differente dal loro – una caratteristica di cui la storia ci ha insegnato a diffidare. Portavo gli occhiali in un paese nel quale gli occhiali sono una rarità come i francobolli di valore. Io non facevo niente, o almeno così pareva: non producevo rumori e mi appartavo nella mia tana, pardon, casa, per molte ore di seguito. Evidentemente ai loro occhi dovevo sembrare molto malato. Le rare volte che uscivo per acquistare il necessario per la mia sopravvivenza quotidiana, o per dirigermi alla posta dove mi aspettava qualche pacco o lettera dal mio paese, loro mi guardavano con una curiosità morbosa, che nemmeno tentavano di dissimulare, anche se, per ragioni poco chiare, rimanevano zitti. In realtà smettevano di parlare solo quando io passavo per il loro cantiere che era unito alla mia dimora e per certi versi la riguardava. Questo loro silenzio inquisitorio rendeva ogni mio passaggio difficile. I martelli smettevano di battere all’unisono con gli scalpelli e i trapani (o le seghe circolari), e di colpo l’aria vibrava unicamente per il suono dei miei passi sul selciato pietroso. Dovevo scavalcare cumuli di calcinacci, ferri gettati qua e là e assi di legno marcito. Non era divertente. Mi era capitato, ancora agli inizi di questo imbarazzante martirio, mentre rincasavo con i miei pacchi di libri e non udendo alcun rumore provenire dal cantiere, di convincermi che i lavori fossero stati sospesi sine die, o magari già terminati. Invece, girato l’angolo, mi aspettavano i soliti sei operai: questa volta silenziosi, tutti, con le loro gavette sulle gambe, intenti a consumare il loro pasto. Ovviamente vedendomi comparire smisero di mangiare, le forchette ferme a mezz’aria. Io passai sotto i loro occhi attenti e indagatori. Salii le scale quasi correndo, scomparendo finalmente dietro la porta e trovando riparo alla fresca ombra della piccola stanza. Mezzora dopo martelli e scalpelli ripresero a battere sulla pietra.
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