Guerra! Guerra! Tremenda, inesorata.
di Paolo Bullo
A Trieste ciò che accadde nella ex-Jugoslavia a partire dal 1991 era stato in qualche modo previsto.
Si diceva, scherzando ma non troppo, vedremo quello che succede quando muore lui, e quel lui era Josip Broz, più comunemente noto come il Maresciallo Tito.
La vicinanza geografica, le difficoltose ma comunque non episodiche frequentazioni di noi triestini delle coste istriane e dalmate, ci permettevano di avere un certo polso della situazione e non c’era alcun dubbio che sotto la cenere della pace sociale e della relativa tranquillità economica covavano il fuoco della ribellione e il nazionalismo che portarono alla tragedia della guerra civile. Potenzialmente esplosiva la convivenza forzata di mussulmani, cattolici, ortodossi.
Troppo grandi, solo per fare un esempio, le opportunità e le disparità economiche tra gli abitanti delle zone costiere e i contadini bosniaci o montenegrini.
La situazione era ben rappresentata da una frase molto di moda a quei tempi, che lasciava presagire il futuro con chiarezza: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito.
Tito scomparve nel 1980 e i nodi vennero quasi subito al pettine, favoriti dalla contemporanea crisi dei paesi comunisti satelliti di quella grande madre Russia che stava, a sua volta, vacillando.
L’URSS fu una matrigna più che una madre per la Jugoslavia: sono storia sia l’embargo economico decretato dalla dirigenza sovietica allo stato jugoslavo sia la fondazione da parte di Tito del Movimento dei Non Allineati a Belgrado, nel 1961, in piena guerra fredda; sempre seguendo il proprio istinto ribelle il Maresciallo si schierò con l’occidente e criticò l’intervento del Patto di Varsavia che spense il movimento riformatore e libertario della Primavera di Praga.
Sia chiaro che Tito è stato un dittatore, non un benefattore, solo che non è questa la sede per approfondire l’argomento.
La Serbia svolgeva il ruolo di primus inter pares in Jugoslavia, ma con una certa insofferenza.
Infatti, se lo stato serbo accettò malvolentieri ma senza reagire che la Slovenia e la Macedonia dichiarassero l’indipendenza, il terrore dell’isolamento politico ed economico scatenarono la reazione della “Grande Serbia” quando anche la Croazia e la Bosnia vollero seguire la stessa strada.
E fu la tragedia, forse una delle più grandi di sempre dell’umanità.
Si scatenò l’odio razziale e religioso che unito al fanatismo nazionalista formò una miscela esplosiva che portò questi uomini coinvolti, perché di uomini si tratta e su questo dovremmo riflettere, a una barbarie che si credeva ormai superata.
Invece il nome di Srebrenica oggi suona sinistro a chiunque, al pari di quelli di Dachau o Auschwitz.
Gli orrori che furono perpetrati in questa guerra furono ispirati da un concetto metastatico già tristemente noto, quello della pulizia etnica.
In nome di questo “principio” furono sistematicamente massacrati uomini e bambini, stuprate decine di migliaia di donne, deportate e divise famiglie.
L’Europa, la civilissima Europa, si limitò a guardare con curiosità (suvvia, l’intervento di polizia della NATO non può essere considerato in altro modo), salvo poi delegare ai soliti Stati Uniti la distruzione totale della Serbia nel 1999, in seguito ai noti fatti del Kosovo.
Dalla Comunità Internazionale il popolo bosniaco ottenne un grandissimo riconoscimento, nel 2007, alla Corte dell’Aja: a parere della Corte Internazionale di Giustizia a Srebrenica si consumò un genocidio, ma lo Stato serbo non è imputabile per quei tragici eventi.
Magnifico.
Questa zona balcanica è tutt’altro che tranquilla ancora oggi e in tutti gli stati della ex-Jugoslavia le tensioni sociali, variamente motivate, sono forti.
Mentre sto scrivendo questo pezzo leggo sul quotidiano della mia città, Trieste, una notizia che non so se definire imbarazzante o preoccupante.
Sul social network Facebook (non credo che questa piazza multimediale abbia bisogno di presentazioni) è stato fondato un gruppo che si nomina Trst je nas (Trieste è nostra), che è stato il motto usato dai partigiani di Tito nel ’45 per rivendicare l’appartenenza della città alla Jugoslavia.
Spero vivamente che nel momento in cui questo articolo sarà pubblicato, qualcuno abbia ritenuto opportuno prendere provvedimenti censori (ebbene sì! Proprio io invoco la censura) di qualche natura, allo scopo di non esacerbare una situazione già molto tesa da ambo le parti.
Consideriamo inoltre che i dispetti (cavilli doganali, protezionismo ecc.) al confine tra Slovenia e Croazia sono all’ordine del giorno e, forse, chi legge avrà una pallida idea di quanto sia ancora indispensabile un incessante lavoro diplomatico comune.
Recentemente, la Slovenia ha posto il veto all’entrata della Croazia nella Comunità Europea, a causa di un contenzioso sulla giurisdizione del Golfo di Pirano.
Aggiungo, dopo questa disamina un po’ fredda e forzatamente sommaria e incompleta, un ricordo personale.
Nel 1999 passavo le vacanze estive in una ormai serena e tranquilla Rovigno (Rovinj), in Croazia.
Ogni notte percepivo un rombo sordo e lontano, ovattato, ma che aveva il potere di risvegliare in me terrori ancestrali mai vissuti, eppure vividi, perché davano una forma, anzi un suono, ai racconti del terrore di mio padre riferiti alla seconda guerra mondiale. L’urlo delle sirene, la paura, l’ansia incontenibile, le folli corse nei rifugi.
Quel rumore sordo, infatti, era l’eco lontano, vigliaccamente clandestino, dei bombardieri americani che andavano a distruggere Belgrado.
Il cielo di Rovigno era un corridoio privilegiato per la Morte.
Dopo un po’ m’addormentavo.
P.S.
Il titolo del post è mutuato dall’Aida di Giuseppe Verdi, atto I, scena I.
Reader Comments (7)
Srebrenica...
...lo scempio di allora è continuato negli anno con processi poco chiari, atti di accusa ambigui, difese esagerate e assurde, per non parlare del tacito consenso (a volte nemmeno così tacito) della comunità internazionale a che quell'episodio fosse minimizzato e dimentivcato...
L'Olanda, come se non bastasse, ha decorato chi rinunciò a impedire in massacro.
Cinquecento medaglie, che valgono come una riabilitazione, se non addirittura come un risarcimento, sono state infatti conferite nel dicembre 2006 ad altrettanti soldati che durante la pulizia etnica si trovavano ad assistere "stupiti" a ciò che accadeva senza intervenire...
Insomma, la guerra è brutta mentre la si combatte, ma forse è altrettanto brutta quando non viene ricordata come si deve.
e poi le eterne questioni di casa nostra che aggiungono al dolore inutili speculazioni. Le foibe del '45 e gli eterni strascichi politici... Un bel pezzo Paolo, sei il nostro inviato dal fronte orientale.
Notevole come riassunto, sarebbe bello che la spiegassero così nelle scuole. Per me Trieste è più che altro un luogo letterario, ma sono contento di aver letto Ivo Andric, e anche una parte del diario di Biagio Marin. Così quando è successo quel che è successo ho potuto capire senza certe "spiegazioni" di comodo che continuano a darmi molto fastidio, ma che passano come verità...
(son contento di conoscere Paolo)
Giuliano
Salvatore, hai ragione.
Pensa solo alle guerre civili in Africa.
Chi ne parla, le ricorda?
Fabrizio, i nostri politici sono omuncoli, da qualsiasi parte stiano, ed è proprio con quelle speculazione alle quali fai riferimento che ne danno conferma.
Grazie per i complimenti.
Giuliano, è un riassunto, un bignami, hai ragione, ed è pure forzatamente incompleto.
I nomi che fai sono straordinari, ci aggiungerei almeno Boris Pahor, che ha scritto un libro davvero struggente: Necropoli.
Ciao, magari un gioeno ci conosceremo di persona, chissà :-)
Grazie per questo bellissimo articolo.
All'epoca io andavo a scuola in Germania e cerano diverse ragazze (della bosnia-herzigovina, della serbia o della croazia) che fuggite dalla guerra con le famiglie, andavano a scuola con me.
Non dimenticero mai il professore di tedesco.
Una di loro (della bosnia) doveva tenere un tema sul suo paese, inizio bene, ci mostrava il suo bellissimo sorriso, era in piedi davanti il resto della classe (eravamo una ventina). ad un certo punto si è messa a piangere, travolta dai ricordi. Ha finito il discorso piangendo.
Io mi sarei aspettato una votazione clemente dal professore, che invece la punì con un 5 (il sei era l'ultimo voto possibile da dare, il peggiore, il uno il migliore). Io ci rimassi di sasso, lei malissimo.
Il professore ovviamente ci spiego le ragioni, ma erano futili a mio aviso. Anche se il suo tedesco non era perfetto... avrebbe potuto e dovuto darle una votazione migliore.
Ecco credo che il Professore di allora (aveva 35 anni lui) non aveva capito cosa stava succedendo nella ex jugoslavia, come non lo stavamo capendo noi giovani. Ma la cosa triste è che nemeno coloro che capivano apprivano la bocca. Nessuno ne parlò. Nessuno voleva vedere.
E credo, che anche ora tanti fanno finta di non voler aver visto e continuano far finta di non capire cosa sia successo.
Per questo il tuo articolo è molto prezioso e ti ringrazio ancora per avercelo scritto.
PS:
le ragazze dopo un po dovevano lasciare la Germania, perchè non gli era stato rinovato il permesso di soggiorno. Gli era stato detto: il vostro paese ora (1998) è sicuro, potete ritornarci! Ovviamente non potevano ritornarci... e proprio qualche mese fa le ho ritrovate... su Facebook! (vivono in USA, Australia...)
Molto inquietante la tua testimonianza, Lune.
Purtroppo ne ho sentite anch'io di queste storie terribili.
Bello anche il fatto che tu abbia ritrovato queste persone su FB, ma non mi convincerai a iscrivermi :-)
Ciao!
infatti Amfortas, chissa quante ci sono di testimonianze così.
mica volevo convincerti di entrare in Facebook.... ma quandomai?
Allora entri in Faccialibro? :D