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PER NON DIMENTICARE

di Maria Carla Ferreri

Se ne parla tanto, se ne parla ovunque e a volte se ne parla a sproposito. E’ argomento principe sui quotidiani, nei notiziari, a volte è chiacchiera da bar o da mercato. Se ne dice in termini generici quando non ci tocca da vicino. Diventa scandalo, vergogna, dolore, quando ne viene coinvolto qualcuno dei nostri. Poi lo spettro si allontana e torna ad essere notizia vaga. Fino alla prossima volta. Parlo della Guerra: non di una guerra specifica, ma di quella che si combatte in centinaia di luoghi nel mondo. Quella “importante” che coinvolge le cosiddette superpotenze, quella silente che si consuma nel genocidio di intere etnie, quella degli scontri tribali, quella per la libertà dei popoli, della rivendicazione dei diritti, per la sconfitta della povertà in cui sono sempre i poveri ad essere vittime.
Molti di noi non hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, direttamente. Siamo fortunati, ma siamo figli di generazioni che la guerra l’hanno pagata cara, e nipoti di generazioni che la guerra l’hanno combattuta. Per ricordare a me stessa e a chi mi legge che sessant’anni fa la guerra era di casa, vi invito… a immaginare un uomo, ormai anziano; a immaginare la sua voce emozionata; lo sguardo triste dei suoi occhi. Sembra una pagina di cronaca di un Paese lontano. E’ una pagina di storia del nostro.

“Nel Maggio del 1944 ****** era una città calpestata, violentata, devastata dai bombardamenti. Una città fantasma, evacuata dei suoi abitanti che si erano rifugiati nelle campagne circostanti. Io e la mia famiglia avevamo trovato riparo, insieme ad un altro centinaio di persone, nella contrada chiamata Colle F*******.
Vivevamo in cascine fatiscenti messe a disposizione da contadini della zona in cambio di poco denaro o aiuto nel lavoro. La nostra casa era una stanza spoglia, senza finestre, con un’unica porta chiusa con fil di ferro. In un angolo vi era un banchetto su cui mio padre, calzolaio, eseguiva piccole riparazioni che venivano ricompensate con cibo, mentre il resto dell’arredamento era costituito da una credenza che conteneva i pochi averi che avevamo portato da casa e tre brandine. Avevamo accesso alla cucina del proprietario della casa per preparare i pasti e mangiavamo su tavoli che venivano allestiti ogni volta che occorreva. Non soffrivamo la fame, per fortuna: oltre ai prodotti dell’orto avevamo carne in abbondanza poiché i fattori preferivano macellare i loro animali piuttosto che venderli per pochi soldi ai tedeschi e contribuire al sostentamento dell’esercito in ritirata.
Non avevamo acqua corrente né luce elettrica e spesso mancava la cera per confezionare le candele. L’unica fonte di luce, di notte, era una lampada a petrolio talmente maleodorante che, soprattutto d’inverno, preferivamo andare a dormire al tramontare del sole, per vincere, con l’aiuto del sonno, freddo e oscurità.
Tra tutti, resta particolarmente vivido nella mia mente un episodio avvenuto proprio nel periodo dell’avanzata dell’esercito di liberazione. Un giorno vedemmo un soldato tedesco percorrere nervosamente la mulattiera che tagliava in due il campo su cui sorgevano le nostre case. Capimmo che era stato mandato in ricognizione per spiare gli Alleati che si stavano avvicinando. Il soldato, arrivato sulla via principale, vide un drappello di inglesi da cui fu visto a sua volta. I militari alleati gli spararono addosso ma non riuscirono a colpirlo e il tedesco fuggì in mezzo ai campi. Mio padre gridò a tutti di entrare nel rifugio, uno scantinato malmesso, perché di lì a poco, prevedeva, ci sarebbe stato uno scontro. Seguimmo il suo consiglio, ma appena arrivati al rifugio, un bambino cominciò a piangere disperatamente perché aveva sete.
Sua madre, credendo di avere ancora un po’ di tempo a disposizione, uscì, tenendolo in braccio, in cerca di un po’ d’acqua. In quel momento esplose il primo colpo di mortaio e una sventagliata di mitra colpì al petto la donna uccidendola sul colpo. Il bambino, ferito al volto, fu portato da un gruppo di uomini al punto di soccorso più vicino. Per non essere attaccati, avevano approntato una bandiera bianca di fortuna. Spararono anche su quella, ma non ci furono altri feriti e il bambino fu curato e si salvò.
La donna fu composta in una cassa di legno improvvisata. Le furono trovate addosso poche banconote, nascoste in petto, come si usava allora per custodire i piccoli tesori di quel tempo avaro di benessere e di gioia. Con il cinismo della disperazione quelle banconote furono pulite alla meno peggio e stese ad asciugare su un reticolato, fissate con mollette da bucato, come tragici stendardi.”
E’ questa immagine che si legge negli occhi di N.F.. al termine del suo racconto.
E’ forse in questa immagine che si possono riassumere la causa e la conseguenza della maggior parte delle guerre: il denaro, il sangue.

Questa è una storia vera. Il bambino di allora, l’uomo di oggi, da cui l’ho sentita raccontare, è mio padre.

Posted on sabato, gennaio 17, 2009 at 12:56AM by Registered Commenterfr in | Comments8 Comments

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Reader Comments (8)

Grazie Maria Carla per una così toccante testimonianza, per un racconto di vita che denuda la crudeltà della guerra e quel suo essere sempre uguale a se stessa, anche se gli armamenti cambiano, anche se cambiano le ragioni per cui la si combatte, anche se cambiano popoli e latitudini: la guerra è sempre la stessa con le sue incancellabili certezze: sangue e dolore.

gennaio 17, 2009 | Unregistered Commenterfabrizio

Grazie a tutti i padri come il tuo. Avrei voluto averne uno io. Ho però la s/fortuna nonostante sia della tua stessa generazione di sentire sulla pelle l'onda lunga e le ombre di quei demoni di allora che si stagliano fino ai nostri giorni.

gennaio 17, 2009 | Unregistered Commentercypherinfo

Bellissimo racconto, davvero toccante...

Questa storia così specifico della vita di un uomo è al tempo stesso universale perché riguarda tutta l'umanità.

Una grande testimonianza che deve servire come monito per tutti coloro che in un modo o nell'altro appoggiano le guerre, le fomentano, le auspicano, ...

gennaio 17, 2009 | Unregistered CommenterSalvatore Pettineo

clap clap clap.

gennaio 18, 2009 | Unregistered CommenterLune

Molto toccante, davvero.
Anch'io faccio un piccolo riferimento, nel mio pezzo, ai ricordi di papà.
È una generazione dalla quale possiamo e dobbiamo imparare e, se possibile, tramandare questo insegnamento.
Ciao.

gennaio 20, 2009 | Unregistered CommenterAmfortas

un racconto emozionante.
dovremmo farlo leggere a chi conduce le guerre.

gennaio 23, 2009 | Unregistered CommenterStefania

Straziante,ne ho sentite molte di queste storie che bisognerebbe raccontare ai nostri figli invece di lasciarli giocare con i video games fatti apposta per esorcizzare e svilire (dicono loro) comportamenti aggressivi ma che in realtà mistificano e rendono ai loro occhi la guerra un gioco. Non a caso sono molti i volontari nelle varie guerre sparse nel mondo,reclutati tra giovani esaltati che esportano democrazia pur essendo schiavi e non sapendo di esserlo :(

gennaio 25, 2009 | Unregistered Commenterfiammifero

fiammifero hai ragione... infatti al posto di fare incretinare i nostri figli davanti a pc, playstation ecc., perchè d'incretinamento si tratta dovremmo proprio fargli PARLARE anche con persone cosi!
a me piace tantissimo ascoltare i racconti dei "vecchi".

gennaio 28, 2009 | Unregistered CommenterLune

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