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Guerre di pace.

di Fabrizio Rusconi

Non avete voi uno proverbio il quale fortifica le mie ragioni che dice: “la guerra fa i ladri e la pace gl’impicca”?. Dall’arte della guerra, Niccolò Machiavelli.

La parola Guerra ha origine germanica, ma è stata via via adottata da tutte le popolazioni di lingua romanza, essa infatti indica un’esperienza tanto comune da non conoscere sostanziali difformità tra una nazione e l’altra. Parola e concetto sono quindi universali, o almeno comuni a molti popoli che condividono una stessa storia fatta di sangue e odio reciproco, fatta di sopraffazione e umiliazione. La guerra, coniugata nei vari idiomi, è arrivata ovunque, e la sostanza con cui si è presentata è stata sempre la stessa. Essa ha portato lutti, ha lasciato famiglie senza eredi, figli orbati dei padri, ha devastato il tessuto sociale, ha creato vuoti generazionali, e poi il dolore, il trauma irrimediabile del sangue e della paura, la violenza subita o testimoniata di fronte alla quale ogni uomo si sente privato di ciò che lo costituisce più profondamente: la sua stessa umanità. Un essere umano sottoposto alla violenza e alla sopraffazione diventa qualcosa di diverso, diventa una cosa vile, senza valore, materia spregevole, e l’umiliazione diventa vergogna per il proprio corpo violato dalla violenza di cui ogni guerra è portatrice, perché costitutivamente la guerra è fondata sul dominio del più forte sul più debole. E da sempre ne fanno le spese i soggetti più deboli, i popoli più pacifici, le nazioni meno armate o più povere e quindi incapaci di costituire un armamento temibile. Come credere allora, se la guerra è un’esperienza comune e un fenomeno praticamente connaturato ad ogni forma di civiltà, alla favola dell’uomo naturalmente buono? Rousseau nel mito romantico del buon selvaggio, imputò alla civilizzazione ogni pervertimento della bontà originaria seguendo quanto già espresso dal filosofo inglese Anthony Shaftesbury sul finire del secolo decimoquinto. Personalmente sono più propenso a credere che la ragione l’abbia un grande pragmatico quale fu Hobbes, il filosofo del leviatano. Secondo Hobbes infatti la natura umana sarebbe fondamentalmente egoistica; nell’uomo ogni azione è unicamente determinata dall’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Egli nega che l’uomo possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, o di una natura buona e innocente. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco. In condizioni eslegi l’uomo è naturalmente nemico dell’uomo. E ritorniamo così al concetto dal quale eravamo partiti, la guerra che diventa fenomeno generalizzato, bellum omnium contra omnes. E questa è una condizione normale: la guerra totale e senza regole. La giungla dove ogni diritto viene negato e calpestato; se stesse all’indole dell’uomo questo sarebbe il mondo. Estremizzando non c’è nemmeno bisogno di fare una guerra armata con tanto di sangue e lutti, si può essere in una condizione di ‘guerra’ anche senza armi, e sempre per lo stesso hobbesiano movente di sopraffazione, sempre per gli instinti egoistici e di ferina sopravvivenza che ci dominano, per la paura del diverso e per altri innumerevoli motivi, anche i più futili: da sempre la guerra assume molte forme e nelle società complesse e culturalmente miste lo stato di allerta e di guerra potenziale è elevato. C’è la guerra ideologica, c’è la guerra partitica che è guerra politica (Carl von Clausewitz ci ha visto bene dicendo che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi), la guerra sociale, la guerra delle professioni e dei gruppi di potere, la guerra mediatica e razziale, la guerra condominiale, la guerra di religione, e la guerra del crimine contro lo stato. L’unico modo per contenere gli istinti belluini dell’uomo è la deterrenza delle leggi fondata su un principio di banale tornaconto, il concetto che il crimine non paga perché la pena è lesiva di ciò che per l’uomo ha più valore, la libertà. L’etica è impotente, nemmeno a parlarne: in società tanto complesse e articolate come sono quelle moderne, e nelle quali i bisogni vengono continuamente e artatamente stimolati dal marketing consumistico, la lotta per il possesso di beni e di potere è ineliminabile: viviamo in uno stato di guerra permanente anche se le bombe o i razzi non cadono ancora dal cielo come in altri paesi, più sfortunati del nostro.

Posted on sabato, gennaio 17, 2009 at 10:20AM by Registered Commenterfr in | Comments6 Comments

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Reader Comments (6)

un testo difficile, trovo.
lo commentero più tardi.

gennaio 17, 2009 | Unregistered CommenterLune

Dunque la guerra è un'aspetto connaturato all'essere umano di cui l'uomo non può fare a meno...

Se un tempo la guerra ci combatteva con le armi, oggi si combatte con merketing, con la sopraffazione, con i diritti negati (non ovunque, ci sono posti dove si spara).

Ma se la guerra fa parte della natura umana, perché c'è ne stupiamo. E' come se ci stupissimo del fatto che respiriamo, ad esempio.

Probabilmente gli aspetti sociali e culturali sono capaci di condizionare gli aspetti "naturali", per questo l'uomo è capace di capire che questa sua presunta indole guerrafondaia va estirpata...

Io sono convinto che possa esistere una società senza guerre (di qualsiasi tipo). Il problema è volerlo realmente e consapevolmente.

La ragione e la cultura (in senso antropologico) possono eliminare gli egoismi e gli aspetti personalistici in favore di una socialità capace di portare la pace.

Forse sono troppo ottimista in tal senso, ma non voglio rassegnarmi all'idea che la guerra, le sopraffazioni, la negazione dei diritti umani possano contoniuare ad esistere per sempre...

S.P.

gennaio 17, 2009 | Unregistered CommenterSalvatore Pettineo

dal punto di vista logico hai ragione, se la guerra è un fatto connaturato profondamente alla natura umana, non ha senso sentirla estranea e 'disumana' ogni volta che essa esplode lasciandosi dietro paesi devastati, lutti e sangue. Il discorso è in realtà lungo e complesso e chiama in causa la validità dell'imperativo categorico kantiano, tantoquando il quinto comandamento nella tradizione cattolico-luterana etc. io credo che esista uno stadio di civiltà, chiamiamolo pure convivenza tra diversi, che ha finito per trasformare 'eticamente' la sostanza primitiva dell'uomo, offrendo ad esso delle regole utili, ma non necessarie, o sia sempre revocabili. Ammetto che la revocabilità di queste regole mi rende piuttosto scettico sull'esistenza a lungo termine di una società integralmente pacifica.

gennaio 18, 2009 | Unregistered Commenterfabrizio

Capisco quello che intendi...

La pace, per sintetizzare, sarebbe soltanto una sorta di accordo tra tutti al fine di evitare i conflitti.
Poiché questo è solo un accordo basato su norme, queste possono essere trasgredite o revocate; la guerra per questo motivo non potrà mai essere totalmente estirpata dall'umanità perchè ve ne fa parte.

Ottima riflessione che per altro trova a sostegno illustri pensatori quali Hobbbes, Kant, Locke, i giusnaturalisti, ...

gennaio 18, 2009 | Unregistered CommenterSalvatore Pettineo

Anch'io sono rimasto colpito dal complesso ragionamento.
Purtroppo la penso come Fabrizio, forse perché sono pessimista di mio, non so.

gennaio 20, 2009 | Unregistered CommenterAmfortas

Io sono molto vicino al tuo pensiero, purtroppo.

gennaio 21, 2009 | Unregistered CommenterGianluca

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