Auto da fé
di Paolo Bullo
È scherzo od è follia, siffatta profezia? Oppure, Di quella pira l’orrendo foco!
“Kien non apre. Si tura le orecchie. Si nasconde dietro un libro che ha trovato sullo scrittoio. Vuole leggerlo. Le lettere gli danzano davanti agli occhi. Non è possibile decifrare una sola parola. Ferme, prego! Vede un turbinio di scintille, un bagliore rosso. È un effetto del terribile spavento provocato alla vista dell’incendio: chi non ne sarebbe colpito?”
Come nella precedente occasione, , anche oggi mi trovo a parlare di un libro che definirei funzionale alla mia vita, in una specie di simbiosi monca (è certo che io non possa in alcun modo agire sul libro, mentre la sua influenza su di me è continua).
Inoltre mi scopro consapevole di cacciarmi in un guaio, poiché sono certo di non rendere un buon servizio alla diffusione del testo, per mia incapacità intrinseca a divulgarne le straordinarie qualità.
Sono stupito e imbarazzato da questa situazione, conosco perfettamente l’argomento ma non trovo le parole.
Eppure, già in questa mia affermazione c’è una chiave di lettura di Auto da fé di Elias Canetti e cioè la convivenza coartata con la contraddizione. Infatti, dal punto di vista etico, dovrei sentirmi assai più a disagio quando scrivo con facilità di argomenti che conosco poco, mentre è proprio in quei casi, quando sono costretto ad improvvisare, che tutto mi riesce più scorrevole e facile.
Quindi scriverò di me, ancora una volta, prendendo a pretesto il lavoro di Canetti che, giova ricordarlo, ebbe rapporti con Thomas Mann (che in prima battuta non riuscì a finire di leggere il libro, figuriamoci!) grazie a questo lavoro.
I personaggi di Canetti sono tutti alienati, pazzi, che ripetono un rituale, un leitmotiv autistico: c’è chi ha fatto dei libri l’unica ragione di vita, chi invece vive per il gioco degli scacchi. Ogni carattere si muove(?) all’interno della propria compulsione ossessiva.
Tutti rifiutano, in qualche modo, di confrontarsi con il mondo, che percepiscono in maniera distorta, ostile, sempre conflittuale.
Una delle mie chiavi di lettura è ancora la musica.
Per chi non lo sapesse, Richard Wagner è famoso anche per l’uso del leitmotiv e inoltre Die Walküre si conclude con un incantesimo, quello del fuoco.
Wotan, nel Ring, è ossessionato non dal Potere, ma dalla paura di perderlo. È strano come la paura dell’abbandono sia una forza così devastante e opprimente, anche perché la paura fisica ad esempio è perversamente liberatoria, ci affranca dal concetto di proprietà privata. Chi è quel pazzo che non abbandona la borsa quando il prezzo per conservarla è la vita? Vale, quasi sempre, anche per le persone, abbandonate perché non più utili. I Diversi di tutti i tipi vivono in gruppi avulsi dalla società, e la loro integrazione è spesso una chimera.
Se non si riesce a conservare il Potere, sugli altri ma anche per se stessi, allora che vada pure tutto a fuoco, non importa. Le fiamme purificano e contemporaneamente ostacolano la salita alla rocca della nostra vita, una fortezza che deve rimanere inespugnabile.
Il prezzo da pagare è l’isolamento? Meglio che dover interagire con il resto del mondo, che si è trasformato in un’allucinazione spaventosa e collettiva dalla quale ci può salvare solo la follia.
Le contraddizioni continuamente contraddette, la coerenza dell’incoerenza.
Guarire dalla salute ammalandosi.
La consapevole e rassicurante ripetitività dell’abitudine.
Ma è davvero così malato, questo desiderio d’isolamento?
Quando leggiamo o ascoltiamo musica o giochiamo a pallone, non cerchiamo forse di distrarci (estraniarci)?
Io non mi sento poi così diverso da uno sinologo come Peter Kien, solo che mi sono posto obiettivi più facili, perché non ho l’intelligenza per puntare in alto e accucciarmi in una nicchia così sofisticata ed inaccessibile come la sinologia.
Quindi anche i miei nemici non sono all’altezza di quel grande personaggio tragico che è Therese, l’antagonista di Kien, e i miei competitori o avversari non brillano nemmeno per grettezza o amoralità severe.
Sono mediocri, come me.
C’è un momento, nel libro, che è davvero pauroso per intensità emotiva.
Peter Kien crede di vedere persone che si nutrono di libri, nel senso che li mangiano e li fanno sparire.
Non c’è nulla di peggio per lui, è terrorizzato da questa sua percezione della realtà.
Io vedo i nostri ministri che tagliano i fondi alla cultura. Non è caratteristica peculiare dell’odierna classe politica, pensate che una delle più grandi cantanti di sempre, il soprano catalano Montserrat Caballé, rinviò il debutto in Italia nei primi anni 60 perché il lavoro al quale doveva partecipare cadde sotto la scure dei tagli governativi. Reiterazione a commettere la stessa azione, appunto, a prescindere dal tempo. Malati e grotteschi, come i personaggi del libro.
Questi mostri sono molto più pericolosi dei mangialibri, perché si nutrono di idee non ancora espresse, le fanno abortire preventivamente.
Costringono me, noi, al digiuno intellettuale, alla morte cerebrale rappresentata dalla piattezza della televisione e dalla catastrofe del pensiero unico.
Si potrebbe affermare che Auto da fé non sia un libro, ma una profezia che si è già avverata.
La scrittura di Canetti è claustrofobica, nervosa, addirittura irritante in alcuni casi, ma allo stesso tempo ha il respiro della genialità.
In realtà è un libro sull’incomunicabilità e sulla solitudine, che teorizza la negazione del principio dei vasi comunicanti tra esseri (in)umani e di come spesso la cosiddetta cultura sia proprio la fatal pietra che ostruisce la cinetica del dialogo.
Chi riesce a orientarsi in questo labirinto di parole, vi troverà anche un umorismo sottile e perfido, che lascia costernati, un po’ come quando ci guardiamo allo specchio e non possiamo che prendere atto dei segni di devastazione che il tempo ci ha lasciato sul viso.
Alla fine la domanda inevasa è: rinchiudersi in se stessi è la via più breve per la libertà o l’inizio della schiavitù?
Un bambino, quasi all’inizio del libro, vede così il professore:
“Lei guarda sempre dall’altra parte, quando qualcuno la incontra per le scale. Io la conosco da tanto tempo. Lei è il professor Kien, però non ha niente a che fare con la scuola. La mamma dice che lei non è un professore. Io però penso di sì, perché lei ha una biblioteca. Una cosa da non credersi, dice Maria. Maria è la nostra donna di servizio. Quando sarò grande voglio una biblioteca. Ci dovranno essere tutti i libri, in tutte le lingue, anche uno cinese come questo. Adesso devo scappare”.
Il professor Kien ha sempre con sé la sua biblioteca sterminata, la tiene sotto la giacca.
Dedico questo mio scritto confuso a Marina e Roberto, che mi hanno fatto conoscere questo capolavoro assoluto della letteratura, del quale non riesco a scrivere senza esserne, ancora, turbato.
Reader Comments (3)
non conoscevo questo libro.
mi è piaciuto molto che tu hai fatto dei ponti tra la narrazione e la nostra realtà. Mi ha colpito molto quando parli di quella persona che mangia il libri e ti fa pensare i tagli di cultura. Mi ha colpito tantissimo.
L'isolamento? Fa bene, quando si vuole ritornare se stessi. Quando io sono ferita per esempio, mi ritiro nel mio covo e mi lecco le ferite come fanno le leonesse, per poi ritornare più forte di prima...
Il problema è l'isolamente non voluto perchè quello si porta al rifiuto, "in qualche modo, di confrontarsi con il mondo, che percepiscono in maniera distorta, ostile, sempre conflittuale."
Questa frase mi ha toccato qualcosa e non la dimenticero mai. Forse leggero il libro.
Grazie a te.
Parlare dei capolavori non è mai facile.
Grazie a te :)
Lune, mi fa piacere che ti siano piaciuti i miei collegamenti, che peraltro vengono abbastanza naturali se si è al corrente di ciò che succede in Italia.
Anch'io faccio come te quando sono ferito, credo sia una modalità di comportamento utile e diffusa.
C'è da dire che questo mondo fa di tutto per essere percepito come ostile da chiunque...
Ciao, un carissimo saluto.
Marina, ciao e grazie del passaggio.
Hai ragione, non è mai facile :-)